Commissione Rordorf e l’attualità dell’impianto penale fallimentare di Luca Cosentino
Commissione Rordorf e l’attualità dell’impianto penale della legge fallimentare

Commissione Rordorf e l’attualità dell’impianto penale fallimentare

 

Lo schema di disegno di legge recante “Delega al Governo per la riforma organica delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza”, elaborato dalla Commissione ministeriale istituita dal Ministro della Giustizia con Decreto 28 gennaio 2015 (e successive integrazioni) licenziato dalla Commissione presieduta dal Presidente Renato Rordorf costituisce un vero e proprio impianto di ingegneria concorsuale permettendo, in alcuni passi, anche quel diritto al bovarismo inedito in tale branca del diritto: coniazione di moneta fallimentare!? (punto 8, art. 7 della bozza del d.d.l. in esame).

La parte che interessa questo breve intervento esula, però, dal contenuto stesso della bozza del disegno di legge ma attiene alla matrice di questa, ossia alla Relazione a firma del Presidente Rordorf del 29 dicembre 2015, segnatamente al punto 14 che si riporta integralmente: “Una lacuna da colmare: la disciplina penale dell’insolvenza - Nella prospettiva di una riforma organica dell’intera materia dell’insolvenza sarebbe naturale trovasse posto anche la revisione delle disposizioni penali oggi contemplate nella legge fallimentare ed in altre leggi operanti in tale ambito. Questo aspetto non rientra però nei compiti affidati alla Commissione, che pertanto non se

ne è occupata, se non del tutto marginalmente: per il già accennato adeguamento terminologico

delle disposizioni penali in conseguenza della scomparsa dell’espressione “fallimento” e dei suoi

derivati, nonché per una specifica previsione riguardante le procedure di allerta e composizione

assistita della crisi di cui pure è detto. E’ però doveroso segnalare la necessità di procedere anche alla riforma delle suindicate disposizioni penali; necessità tanto più evidente in presenza di una rivisitazione generale della materia cui, come si è già sottolineato, è sotteso un diverso modo di porsi del legislatore di fronte al fenomeno dell’insolvenza”.

Mi permetto di esprimere riserve su tale proposito anzitutto riguardo alla prospettiva di “sostituire il termine “fallimento”, e suoi derivati, con espressioni equivalenti, quali “insolvenza” o “liquidazione giudiziale”, adeguando dal punto di vista lessicale anche le relative disposizioni penali”  temendo che un’eccessiva edulcorazione lessicale vanifichi anche quella funzione deterrente costituita dalla stigmatizzazione derivante dalle accezioni dei termini “fallimento” e, soprattutto “bancarotta”. Con riferimento a tale ultimo evento, si evidenzia che la casistica di fallimenti connotati da profili di bancarotta se non totalitaria è comunque assolutamente prevalente rispetto a fallimenti privi di tali fenomeni.

I reati di bancarotta sono gravi, lesivi di una nutrita platea di vittime, sovente coincidente con la stessa massa dei creditori ed economicamente devastanti, non di rado, per intere aree territoriali con pesanti impatti sul tessuto sociale. Tali elementi invocano l’incisività della pena e della stimma ad essa connessa.

Di fronte alla richiesta di revisione delle sanzioni penali ritengo occorra considerare, invece, l’attualità di un impianto penale fallimentare che conferma la sua compiutezza in quanto, a modesto parere di chi scrive, non si rinvengono condotte connotate da disvalore che esulino dalla previsione penale.

La legge penale fallimentare, pur disciplinata in pochi articoli presenti nell’attuale normativa, non solo copre l’intera casistica con la previsione di reati propri opportunamente calibrati anche nel contenuto della sanzione edittale ma supera persino il profilo afferente le figure tipiche previste, sanzionando anche i terzi beneficiari di tali condotte illecite. E’ il caso, ad esempio, del reato di ricettazione fallimentare di cui al punto 2) del comma III dell’art. 232 L.F. che colpisce l’extraneus che ha concluso transazioni illecite con l’impresa poi fallita. Nella casistica sostanziale si tratta di una fattispecie tanto diffusa nella prassi commerciale quanto assente nei processi per bancarotta. Sarebbe quindi auspicabile che si riscoprisse l’ampio spettro delle previsioni contenute nella parte penale della legge fallimentare, come nel caso dell’altrettanto trascurato comma I dell’art. 218 L.F. che punisce un usuale ricorso abusivo al credito, anch’esso raramente contestato nelle aule dei processi penali.

Ovviamente l’emersione di tali fattispecie, come quella di cui all’art. 220 L.F. nel fallimento e, parallelamente, delle ipotesi ex comma I, art. 236 L.F. in caso di concordato preventivo, è demandata innanzitutto, rispettivamente, al curatore ed al Commissario giudiziale che dovrebbero maturare anche una specifica formazione professionale inerente al profilo penale della legge fallimentare.

L’invito a rendere più completo il quadro penale della legge sulle procedure concorsuali potrebbe, invece, essere colto dallo stesso legislatore civile che, per rendere più efficace la previsione di cui all’art. 236 bis L.F., afferente il professionista estensore delle relazioni o attestazioni di cui agli articoli 67, terzo comma, lettera d), 161, terzo comma, 182 bis, 182 quinquies, 182 septies e 186 bis L.F., sia normativamente obbligato a redigere uno schema numerico di raffronto prospettico dell’ipotesi proposta nel piano della procedura alternativa al fallimento rispetto agli esiti liquidatori di cui alla deriva fallimentare in guisa da evitare che gli attestati si limitino ad un mero esercizio di stile se non di vero e proprio copia/incolla. L’efficacia dell’art. 236 bis L.F. rispetto a condotte omissive o evasive delle aspettative di corretto adempimento dei compiti demandati al professionista attestatore ricade, pertanto, sullo stesso legislatore civile che, per rendere efficace il riflesso penale dell’inadempimento del professionista, deve disciplinare accuratamente il contenuto della relazione o dell’attestato prescrivendone una redazione schematica in modo da rendere irricevibile il piano accompagnato da un attestato carente di tali elementi, sia che si tratti di procedura liquidatoria sia che in continuità.

In generale, anche con riferimento alla giurisprudenza di legittimità, si ravvisa una considerevole coerenza nello sviluppo temporale degli orientamenti della Cassazione penale che ha saputo valorizzare un vero e proprio impianto normativo concepito con tale straordinaria lungimiranza da rendere gli articoli ancora di impressionante attualità.

 

Luca Cosentino

Dottore commercialista in Pescara

 


 

 


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