Fallibilita’ dell’imprenditore agricolo e accesso alla procedure negoziate della crisi di Claudia Mariani
L’articolo che qui si propone trae spunto da due recenti

FALLIBILITA’ DELL’IMPRENDITORE AGRICOLO E ACCESSO ALLA PROCEDURE NEGOZIATE DELLA CRISI

L’articolo trae spunto da una recente pronuncia della Corte d’Appello dell’Aquila dello scorso aprile 2012 che, in accoglimento del reclamo proposto da una società consortile a responsabilità limitata operante in ambito agricolo, ha revocato la sentenza dichiarativa di fallimento della stessa, pronunciata dal Tribunale di Avezzano.

La sentenza in commento, infatti, accertata la qualifica di imprenditore agricolo la cui ovvia conseguenza è la non fallibilità dello stesso, offre elementi di riflessione in merito alle valutazioni ed alle analisi da effettuare per qualificare una attività, sia essa svolta anche sotto forma di impresa commerciale, quale attività agricola ed escluderne, quindi, la natura commerciale.

Il ragionamento che qui ci interessa è comprendere, alla luce delle novità introdotte dall’art. 23 del D.L. 98 /2011 convertito nella Legge 111 del 15 luglio 2011 recante “disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria” per gli imprenditori agricoli in stato di crisi o di insolvenza, quali possano essere gli elementi distintivi e caratterizzanti dell’imprenditore agricolo nell’ipotesi di deposito di accordo di ristrutturazione e se lo stesso possa o meno accedere alla procedura di concordato preventivo con riserva finalizzato poi ad un accordo di ristrutturazione.

Prima di affrontare la questione legata alla possibilità ora accordata all’imprenditore agricolo di accedere alle procedure negoziali di gestione del dissesto (o stato di insolvenza)[1] è utile ripercorre, seppur brevemente, l’evoluzione normativa della definizione (nozione) di imprenditore agricolo.

Nel nostro ordinamento vi è sempre stata una distinzione netta tra “impresa agricola” ex art. 2195 c.c. e le altre imprese “commerciali”; lo stesso codice civile del 1942, tracciando la definizione di impresa all’art. 2082 c.c., ribadisce tale distinzione ispirandosi alle prime codificazioni civili dell’ottocento che, appunto, assicuravano un trattamento speciale alle imprese agricole rispetto al regime “ordinario” previsto per le altre attività economiche poi regolamentate dal Codice Civile di Commercio del 1882. Particolare tutela dell’imprenditore agricolo da ricondursi ad una concezione dell’attività agricola legata alla sola utilizzazione produttiva del fondo.

La modernizzazione del concetto di imprenditore agricolo avviene, senza dubbio, con il D. Lgs. 228/2001 che ha di fatto ampliato la definizione di impresa agricola riscrivendo l’art. 2135 c.c. e introducendo, al secondo comma, il concetto di ciclo biologico.

Pur mantenendo la fondamentale distinzione tra attività agricola “principale” (1°co.) e attività ad essa connesse (3°co.), queste ultime sono state ampliate al punto da attrarre nella sfera di attività agricola anche tutte quelle attività dirette alla “fornitura di beni e servizi … ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla Legge”. Non solo, ma introducendo al secondo comma il richiamo al “ciclo biologico”, viene scisso definitivamente il concetto di attività agricola derivante dalla sola utilizzazione del fondo che, a questo punto, diventa una “possibilità” e non più una “necessità”; in altre parole, come anche riportato nella sentenza in commento: “il legislatore ha voluto ricomprendere nella figura dell’imprenditore agricolo tutta l’attività di filiera in agricoltura, superando così il rapporto produzione-terra. V’è stata la recisione netta del tradizionale nesso tra attività agricola e fattore terra”.

Ne consegue che, ai fini di una corretta classificazione dell’attività di impresa nella categoria “impresa agricola” o nella categoria “impresa commerciale”, il criterio guida deve essere la verifica della coerenza o meno delle “attività connesse” unitamente alla natura della attività esercitata.

Il principio della “connessione” e la effettiva natura dell’attività esercitata, sono, quindi, gli unici elementi utili a delineare il confine tra attività agricola ed attività commerciale dal momento che il richiamo al “ciclo biologico”, pur avendo una rilevanza centrale perché possa esserci impresa agricola, non è da solo sufficiente a qualificare l’impresa come tale; né il ricorso ad una valutazione dimensionale o organizzativa dell’azienda può essere elemento di distinzione poiché anche gli enti costituiti in forma di società commerciale possono assumere la veste di imprenditore agricolo.

Il legislatore del 1942 aveva riservato all’imprenditore agricolo un regime di favore (che si sostanziava, come ancora oggi, nell’esonero dagli adempimenti civilistici e contabili previsti all’art. 2214 c.c. e nella non assoggettabilità al fallimento) proprio in considerazione di una impostazione tradizionale dell’attività – la sola utilizzazione produttiva del fondo – che comportava, quindi, un rischio di impresa maggiore in quanto dipendente anche da eventi esterni naturali e imprevedibili (il cd. “doppio rischio”).

E’ indubbio però che negli anni ad una attività agricola “tradizionale” si è sostituita una attività sempre più moderna caratterizzata dal ricorso continuo a tecnologie da cui non è possibile prescindere[2].

Da questa, seppure breve, ricostruzione della nozione di imprenditore agricolo, sembra potersi affermare che l’evoluzione della definizione della attività agricola e la conseguente disciplina normativa, non è del tutto compiuta.[3]

Se il percorso verso una modernizzazione della definizione di imprenditore agricolo è ancora in fase di avvio, del pari può affermarsi che la stessa riforma del Diritto Fallimentare intervenuta nel 2006 dopo una lunghissima inerzia legislativa, sembra non trovare un proprio assetto definitivo[4].

E’ noto infatti che, dopo la riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali avvenuta con la Legge 80 del 2005, si sono succedute modifiche caratterizzate da una visione privatistica e così è stata affievolita la concezione processualistica - nonchè sanzionatoria – che, fino a quel momento, aveva indirizzato la disciplina del fallimento. Si è rivolta l’attenzione ad istituti considerati residuali nella vecchia normativa (come ad esempio il concordato preventivo, al contrario dell’istituto del fallimento che ha sempre avuto un ruolo centrale nella legge di riferimento) e sono state introdotte nuove procedure di composizione concordata della crisi (accordi di ristrutturazione, piani di risanamento della esposizione debitoria, transazione fiscale).

La lettura del susseguirsi di tali norme non può prescindere da una valutazione sociale ed economica. E’ difficile distinguere l’urgenza di taluni provvedimenti (vd. ad esempio il D.L.6 luglio 2001 n.98 convertito in Legge 111 del 15/07/2011) dettati evidentemente da una crisi finanziaria ed economica che interessa il nostro paese (e non solo) da una naturale evoluzione normativa che intenda affidare direttamente alle parti interessate la gestione della crisi.

In questa direzione si colloca, evidentemente, anche la L. 3/2012 in materia di sovrindebitamento (che richiama la struttura degli accordi di ristrutturazione dei debiti e del concordato preventivo) che introduce tre procedure di estinzione delle obbligazioni del soggetto sovraindebitato, non fallibile o che non raggiunga la soglia minima di fallibilità.

Ne consegue che l’imprenditore agricolo, in quanto soggetto non fallibile, può accedere alla procedura di sovraindebitamento, ma lo stesso imprenditore agricolo può anche beneficiare, ai sensi della L.111/2011, degli accordi di ristrutturazione ex art. 182 bis l.f. e della transazione fiscale ex art. 182 ter l.f. .

Questa apertura impone di considerare l’istituto degli accordi di ristrutturazione disciplinati all’art. 182 bis della Legge Fallimentare come un istituto autonomo e indipendente dal Concordato preventivo pure disciplinato al titolo III, Capo I della medesima Legge.

L’imprenditore agricolo, cioè, non può di certo essere dichiarato fallito e, conseguentemente, non potrebbe accedere ad una domanda di concordato preventivo per carenza del requisito soggettivo, ma può senza dubbio accedere alla ristrutturazione dei debiti nonché alla transazione fiscale.

Del resto in una concezione moderna di impresa agricola il confine tra la stessa ed una impresa commerciale è difficile da tracciare.

Il problema si pone nell’ipotesi in cui una impresa agricola svolta attraverso una società commerciale (come consentito dalla norme) dovesse presentare una domanda di concordato con riserva ex art. 161comma 6 l.f. e ancora nell’ipotesi in cui tale domanda venisse poi convertita in un accordo di ristrutturazione.

La legge, consentendo la proposizione di una domanda di concordato con riserva prescrive che in tale ipotesi l’imprenditore possa depositare unicamente il ricorso con i bilanci degli ultimi tre esercizi, riservandosi di presentare la proposta e il piano, nonché tutta la documentazione di cui ai commi secondo e terzo del’art. 161 l.f. entro il termine fissato dal Giudice.

La valutazione, o meglio, il controllo del Tribunale in sede di concordato preventivo con riserva attiene anche il requisito soggettivo per l’ammissione alla procedura. Infatti, in caso di concordato preventivo con riserva, il Tribunale deve verificare preliminarmente di certo la sua competenza territoriale ma soprattutto la legittimazione ad agire del proponente sotto il profilo dei requisiti soggettivo ed oggettivo[5].

L’esame dei bilanci potrebbe rivelarsi non sufficiente per verificare se l’imprenditore rientri o meno tra i soggetti abilitati alla presentazione della domanda di concordato preventivo.

Infatti, come detto, anche gli enti costituiti in forma di società commerciale possono assumere la veste di imprenditore agricolo; è quindi verosimile che l’analisi dei bilanci conduca alla conclusione di fallibilità (la società risulta al di sopra di tutti i parametri) anche laddove l’imprenditore debba considerarsi agricolo. Né l’obbligatorietà per gli enti costituiti in forma di società commerciale di contenere nella ragione sociale l’indicazione “società agricola” può considerarsi elemento utile e sufficiente ad escludere il carattere “commerciale” della stessa.

L’analisi deve quindi estendersi dalla semplice analisi dei bilanci anche alla verifica dell’oggetto sociale che, per le società agricole deve intendersi “esclusivo” per le attività individuate dall’art. 2135 c.c.. Il Tribunale dovrà quindi accertare la qualità di impresa agricola sia avendo riguardo alla natura dell’attività esercitata, indipendentemente dalla complessità organizzativa raggiunta dall’azienda ma anche verificando che le attività connesse di cui ai commi 1° e 3° art. 2135 c.c. derivino in via prevalente dall’esercizio delle attività agricole principali[6].

E’ evidente che qualora la verifica del tribunale si risolva con l’attribuzione della qualifica di imprenditore agricolo la domanda di concordato con riserva, seppure finalizzata alla presentazione di un accordo di ristrutturazione (o di transazione fiscale ai sensi dell’art. 183 ter) deve essere dichiarata inammissibile ex art. 162 commi 2 e 3 l.f. in quanto l’imprenditore agricolo, non rientrando tra i soggetti fallibili individuati all’art. 1 l.f., non può accedere a tale istituto.

Può al contrario presentare domanda autonoma di accordo di ristrutturazione o di transazione fiscale. Ma in tal caso la verifica sarà sicuramente più agevole dal momento che, nel caso di accordo di ristrutturazione, la domanda è finalizzata all’omologazione dell’accordo; l’imprenditore avrà, quindi, già svolto la sua fase negoziale raggiungendo il consenso almeno del sessanta per cento dei creditori. Peraltro, l'imprenditore agricolo potrebbe anche transitare per la fase eventuale prodromica di cui all'art. 182 bis comma 6 l.f.. Nel caso di transazione fiscale l’accesso alla stessa è consentito sia in via autonoma sia attraverso la presentazione di un accordo di ristrutturazione.

Circa la verifica del requisito soggettivo, che il giudice deve necessariamente verificare in sede di proposizione di domanda da parte del debitore (indipendentemente dall’istituto o legge utilizzata) si impone una brevissima riflessione anche in merito al ruolo del professionista attestatore che, oggi, è chiamato ad esprimersi sulla veridicità dei dati aziendali e sull’attuabilità dell’accordo.

Infatti, se è vero che i bilanci non sono di certo documenti sufficienti a definire l’impresa agricola e ad escluderne, quindi, la natura commerciale, sicchè il Giudice competente dovrà necessariamente ampliare l’indagine entrando nel merito della attività effettivamente svolta (dovrà quindi verificare se tale attività assicuri o meno il collegamento funzionale con la terra intesa quale fattore produttivo e la coerenza delle attività connesse, o al contrario se le stesse assumano rilievo prevalente e non proporzionale rispetto a quelle di coltivazione, allevamento ecc.), allo stesso modo ci si chiede se il professionista attestatore debba o meno procedere allo stesso tipo di indagine preliminare.

Se, cioè, l’attestazione di veridicità dei dati aziendali e fattibilità del piano prescindano da una valutazione dei requisiti soggettivi del proponente e, se, in tal caso, una omessa valutazione degli stessi possa configurare, nell’ipotesi in cui il Tribunale di primo grado o in sede di Appello si accerti la carenza del requisito, come nel caso di cui si tratta, una responsabilità del professionista attestatore a seguito di un vizio riscontrabile nella sua relazione, anche in sede penale ai sensi dell'art. 236 bis l.f., con la possibilità per il tribunale di disporre la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero per quanto di competenza (Trib. Benevento aprile 2013).

In primo luogo va sottolineata la differenza tra l’affermazione che il “vizio” eventuale sia proprio della relazione del professionista e l’affermazione che il “vizio” riguardi invece il ricorso che contiene la proposta di concordato ed il relativo piano. La relazione del professionista e la conseguente attestazione, infatti, ha per oggetto, tra l’altro, la valutazione della fattibilità del piano e non di certo della proposta.

Piano e proposta sono due entità la cui valutazione va tenuta separata; infatti il piano deve essere inteso come mezzo di attuazione della proposta (ed in tal senso deve essere “fattibile” e deve svolgere altresì un ruolo di informazione per i creditori circa le probabilità o meno di adempimento della proposta), la proposta, invece, in quanto proposta negoziale, può considerarsi fattibile ma può altresì essere o meno adempiuta sulla base del consenso ottenuto dalla controparte.

Fatta tale distinzione il dubbio sembra potersi risolvere in senso favorevole al professionista; è vero che il requisito soggettivo è presupposto per accedere o meno alla procedura concorsuale (e quindi disporre degli istituti giuridici dalla stessa individuati) ma è anche vero che l’attestazione ha l’obiettivo di definire “veri” ovvero attendibili, congrui e coerenti i dati rilevati dalla contabilità e quindi riportati in bilancio e “fattibile” ovvero coerente con i dati verificati, la proposta presentata dall’imprenditore; la carenza del requisito, o meglio l’omessa verifica non sembra poter inficiare la validità di una relazione volta alla valutazione di una fattibilità teorica così determinando una responsabilità per omesso controllo da parte del professionista attestatore.

Una ultima notazione attiene l’opportunità, oggi, della coesistenza di due regole parallele (sia in caso di normale attività sia in caso di crisi) previste una per l’imprenditore agricolo e una per l’imprenditore commerciale.

Non si comprende in effetti per quale ragione debba esserci ancora una differenza tra l’una e l’altra impresa se l’organizzazione del lavoro, le dimensioni economiche e le risorse umane impegnate sono le medesime. Come ampiamente detto, l’attività agricola è sempre più condotta attraverso innovazione tecnologica che ha compresso l’area del lavoro tradizionale; la stessa organizzazione del lavoro e l’impiego (a volte ingente) di mezzi anche finanziari, nonchè il ceto creditorio di rilievo, non sono più tali da giustificare differenti regimi e diverse modalità di accesso alle procedure per la regolazione della crisi.

Di fatto il legislatore continua a sottrarre l’attività agricola alle regole del concorso (anche nell’ipotesi in cui dovessero ricorrere per la stessa i parametri di cui all’art. 1 l.f..) ma, al tempo stesso, assicura agli imprenditori agricoli, sia individuali sia collettivi, la possibilità di avvalersi delle procedure di cui agli artt. 182 bis e 182 ter l.f., nonché del procedimento di cui alla Legge sulla composizione della crisi da sovraindebitamento.

Infine, criticamente, si dovrebbe anche riflettere sulla disparità di trattamento in merito alla tutela dell’imprenditore agricolo che gode di un regime di favore normativo, rispetto ai creditori più piccoli, ma non per questo meno importanti nel nostro sistema economico e produttivo, che, in assenza di concorso, non hanno strumenti idonei a tutela del loro credito.

Claudia Mariani



[1] L’articolo 23 della Legge 111/2011 stabilisce al comma 43 che: “in attesa di una revisione complessiva della disciplina dell’imprenditore agricolo in crisi e del coordinamento delle disposizioni in materia, gli imprenditori agricoli in stato di crisi o di insolvenza possono accedere alle procedure di cui agli articoli 182-bis e 182-ter del R.D. 16 marzo 1942 n.267 come modificato da ultimo dall’art. 32 commi 5 e 6 del D.L.29 novembre 2008 n. 185 convertito con modificazioni dalla Legge 28 gennaio 2009 n.2”.

[2] Da ciò anche il superamento del tradizionale nesso tra attività agricola e fattore terra poiché il collegamento con il fondo può intendersi oggi anche “virtuale” ovvero strutture produttive che si avvalgono della terra come strumento di supporto. In tal senso si veda Cass. 24995 del 10/12/2010.

[3] Del resto lo stesso comma 43 dell’art. 23 della Legge 111/2011 prelude ad una futura riforma disponendo al riguardo: “in attesa di una revisione complessiva della disciplina dell’imprenditore agricolo in crisi e del coordinamento delle disposizioni in materia …”).

[4] Dopo la prima riforma organica avvenuta con il D.L. 35/2005 – Decreto Competitività - poi convertito in Legge 80/2005 ed entrato in vigore il 16/03/2005, vi è stato il D. Lgs. 5/2006, il Decreto correttivo 169/2007, la Legge 69/2009, il D.L. 78 del 31/05/2010 poi convertito in Legge 122/2010, il D.L. 83/2012 (Decreto sviluppo) poi convertito in Legge 134/2012, il D.L. 179/2012 (Decreto sviluppo – bis) poi convertito in Legge 221/2012 e infine le ultime modifiche apportate con l’art.1 comma 19 n.3 della legge di stabilità per il 2013 n.228 del 24/12/2012.

[5] Si veda Tribunale di Napoli, 31/10/2012;Tribunale di Siena 23/10/2012

[6] Si veda in tal senso Tribunale di Mantova 27/09/2012.


 

 


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