Bancarotta fraudolenta impropria: senza prova del nesso di causalità scatta l’«abolitio criminis»
L’art. 4 comma 1 del DLgs. 61/2002 ha sostituito l’art. 223 comma 2 n. 1 del RD 267/42, sancendo che la reclusione da tre a dieci anni si applica agli amministratori di società dichiarate fallite se questi hanno cagionato o concorso a cagionare il dissesto della società commettendo “fatti” costituenti taluni reati societari (tra i quali figurano anche le nuove fattispecie di false comunicazioni sociali di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c.). Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza 16 giugno 2003 n. 25887, hanno stabilito che la nuova bancarotta fraudolenta impropria si pone in rapporto di continuità normativa con la precedente fattispecie. Tale continuità, tuttavia, non è assoluta; i fatti commessi nel vigore della precedente legge, infatti, restano punibili nei limiti in cui rientrano anche nella fattispecie descritta dalla nuova disciplina. In particolare, l’esistenza di un rapporto di continuità normativa è configurabile per quei fatti che, anche se compiuti nel vigore della precedente disciplina, presentano analiticamente gli elementi richiesti dalla nuova norma: continuità tra vecchi e nuovi reati societari e nesso causale tra reato societario e dissesto della società. La continuità normativa è, invece, da escludere per i fatti precedentemente commessi che non integrano le nuove fattispecie e, comunque, per quelli che, pur avendo tali caratteristiche, non hanno cagionato o concorso a cagionare il dissesto della società. Corte di Cassazione, sentenza 9651 del 9 marzo 2011

 

 


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